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Storia del Sahara Occidentale

Riassumere la storia di un popolo e di una terra in poche righe non è un compito facile. Come nel gioco del Domino, nel quale la scelta di un tassello determina la mossa successiva, la sensazione è che ogni evento, ogni singolo dettaglio risulti essenziale per spiegare i fatti successivi e la cronaca più recente. Quella che segue è dunque una solo ricostruzione estremamente sintetica di quella che è conosciuta come “questione Saharawi” che merita senz’altro ulteriori approfondimenti.

In origine i Saharawi sono una popolazione nomade, di origine yemenita, suddivisa in una quarantina di tribù indipendenti tra di loro, con tradizioni e organizzazioni sociali diverse e con in comune la lingua hassanya e il culto della religione islamica. Queste tribù, pur restando gelose della propria autonomia, sapevano trovare unità e competenza nei momenti di difficoltà, manifestando sempre un forte spirito di appartenenza e di solidarietà, a dimostrazione di quanto fossero consce e orgogliosamente fiere delle proprie comuni origini. Dunque, come entità statale il Sahara Occidentale non esiste prima della fine dell’800. Si tratta infatti di un’area perlopiù desertica, vasta circa 260 mila chilometri quadrati a sud del Marocco. Gli attuali confini geopolitici di questo territorio, così geometrici e netti, suggeriscono come essi non siano stati determinati da particolari caratteristiche morfologiche (fiumi, rilievi montuosi, ecc), ma siano anch’essi frutto di quegli accordi con i quali le diplomazie europee, sul finire dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, si arrogarono il diritto di spartirsi arbitrariamente i territori africani, ignorando qualunque tradizione etnica delle popolazioni autoctone. Sono le Convenzioni di Parigi del 1900 e del 1904 e quella di Madrid del 1912 ad attribuire questa regione alla Spagna. Tuttavia, la sovranità spagnola, a differenza delle altre dominazioni occidentali in Africa, almeno in un primo tempo non si espresse attraverso un pieno controllo su territori e popolazioni, quanto, piuttosto, in un sostanziale disinteresse. Tale approccio venne mantenuto almeno fino alla fine degli anni ’40, ovvero fino a quando non vennero scoperti i ricchi giacimenti di fosfati di Bou Craa e, di conseguenza, l’area acquisì rilievo dal punto di vista economico. Gli spagnoli, avendo necessità di manodopera a basso costo, costrinsero le tribù Saharawi ad una forzata sedentarizzazione e urbanizzazione che mise fine a secoli di nomadismo ma non alla loro identità culturale. 

L’amore per la libertà che costituisce un tratto comune a tutti i popoli di origine nomade, spinse molti giovani Sahrawi ad arruolarsi volontariamente per l’Esercito di Liberazione Marocchino, dando supporto attivo all’azione anti-colonizzatrice che tra gli anni ’50 e ’60 trovò maturazione in tutto il continente africano. Tuttavia, se per lo stesso Marocco l’indipendenza dalla Francia arrivò relativamente presto (2 marzo 1956), paradossalmente per il Sahara Occidentale la situazione si aggravò proprio a seguito della ritrovata libertà ottenuta dai Paesi confinanti. Infatti, all’inerzia con la quale la Spagna rispondeva agli inviti inoltrati dall’ONU per un celere riconoscimento dell’indipendenza del Sahara Occidentale, si aggiunsero presto anche le mire che i neo-Stati indipendenti del Marocco e della Mauritania (che ottenne l’indipendenza nel 1960), attratti dalla possibilità di mettere le mani sui giacimenti di Bou Craa e sulle pescose coste atlantiche. Per tutti gli anni ’60 e per metà del decennio successivo invano le organizzazioni internazionali proveranno a invitare la Spagna a trovare una soluzione positiva per il popolo Saharawi. Nel 1964 il Comitato per la decolonizzazione dell’ONU invitò la Spagna a riconoscere l’indipendenza dei Paesi sotto la sua dominazione coloniale. A tale esortazione fecero seguito due risoluzioni, una del 1965 e l’altra del 1966, che introdussero ufficialmente per la prima volta l’invito ad organizzare un referendum tra la popolazione per chiederne il parere sull’indipendenza. Il governo franchista non parve voler minimamente sottostare a tali richiami e anzi, dette dimostrazione del contrario, istituendo la Djemaa, una assemblea consultiva filo-governativa alla quale presero parte esponenti dell’élite saharawi. Ciò non fece altro che provocare la reazione degli indipendentisti che decisero così di fondare, attorno alla figura di Mohamed Bassiri, il Movimento di Liberazione del Sahara. Le prime attività del Movimento furono sostanzialmente azioni di resistenza civile (scioperi, manifestazioni, l’insegnamento clandestino della storia e della cultura Saharawi), ma il 19 giugno 1970, l’organizzazione di una contro-manifestazione durante alcune celebrazioni filo-spagnole ordinate dal governo coloniale a El Ayoun, scatenò un’ondata persecutoria in tutto il Paese, con centinaia di arresti. Il Movimento rimase in ginocchio, ma finalmente la comunità internazionale si accorse della questione Saharawi. Dalle ceneri del MLS tre anni dopo, il 10 maggio 1973, nacque il Fronte Popolare per la Liberazione del Sague el Hamra e Rio de Oro, il Fronte Polisario. Dalla resistenza civile i Saharawi decisero di passare ad una vera e propria lotta armata per l’indipendenza nazionale. Nel maggio 1975, l’ONU decise di inviare una delegazione di osservatori con l’obiettivo di valutare la legittimità della richiesta di indipendenza del Sahara Occidentale. Intanto nel mese di ottobre fu reso pubblico il Parere Consultivo della Corte Internazionale di Giustizia che definì il Sahara Occidentale NON  “terra nullius”. Approfittando della situazione di stallo - che vedeva sempre di più una Spagna messa alle strette da una parte dagli inviti della comunità internazionale e dall’altra dal difficile periodo di transizione verso la democrazia a seguito della morte di Francisco Franco - e volendo anticipare qualunque eventuale iniziativa indipendentista dei Saharawi (ai quali il governo spagnolo aveva ormai promesso il referendum e stava di conseguenza iniziando a censire la popolazione), nel novembre 1975 il re del Marocco Hassan II dà l’ordine di marciare pacificamente sulle “provincie meridionali”. 350 mila marocchini - per la maggior parte membri dell’esercito e della polizia - invadono il Sahara Occidentale e danno inizio all’occupazione. La Spagna, determinata a cavarsi dall’impaccio, decise quindi di firmare un accordo con il Marocco e la Mauritania per la spartizione della regione e abbandonò definitivamente la regione nel febbraio 1976. Uscita di scena la Spagna, Marocco e Mauritania invasero subito il Sahara Occidentale, costringendo migliaia di civili a fuggire dalle proprie case sotto i bombardamenti dell’aviazione reale e a prendere la via del deserto, trovando riparo oltre il confine algerino, dove, nei dintorni di Tindouf, furono fondate i primi campi di accoglienza. Per reazione, il 27 febbraio il Fronte Polisario proclamò la nascita della Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD) e la costituzione del primo governo sotto la guida di Mohammed Lamine. Colpita da una crisi politica interna alla quale fa seguito un golpe e messa sotto scacco della resistenza del Fronte Polisario, la Mauritania dichiarò fine alle ostilità nel 1978, riconoscendo ufficialmente la RASD. Il Fronte si dimostra ben organizzato e anche a nord dove mette in difficoltà l’esercito marocchino, che nel novembre 1980, su ordine di Hassan II è costretto infine ad avviare la costruzione di una barriera difensiva - un muro lungo 2700 km circondato da campi minati - con la quale riuscire a difendere le aree di interesse economico. Durante gli anni Ottanta, le attività del Polisario non si limitano solo alla lotta armata per la liberazione del Paese, ma segnalano anche l’impegno per la realizzazione di una rete di contatti diplomatici con tutta la comunità internazionale. In questo periodo la RASD viene riconosciuta ufficialmente da 73 Stati mondiali e nel febbraio 1982 entra a far parte dell’Organizzazione dell’Unità Africana come Stato membro. Nel giugno 1990 il Segretario Generale dell’ONU, Perez de Cuellar annunciò un piano per realizzare il referendum nel Sahara Occidentale. A seguito di esso, con la risoluzione 690 il Consiglio di Sicurezza dà vita alla Missione delle Nazioni Unite per il Referendum nel Sahara Occidentale (MINURSO). Il 6 settembre 1991 Marocco e RASD giungono al cessate il fuoco. Dal 1991 ad oggi sono 26 anni che il popolo Saharawi aspetta questo Referendum. Nel frattempo il Marocco continua a occupare i territori del Sahara Occidentale, a sfruttare le risorse della regione, a commettere abusi e soprusi su una popolazione stanca e ormai rassegnata. Di là dal confine algerino migliaia di persone vivono da esuli in condizioni di vita critiche, sospettando che la comunità internazionale si sia ormai dimenticata di loro.